Su "Cecità" di Saramago
Recensioni
Questo post si trova nella sezione "recensioni" solo per comodità, infatti quella che state per leggere non ci prova nemmeno ad essere una recensione. Semmai è un'opinione, seguita da una serie di riflessioni.
La mia opinione su questo romanzo la posso esprimere con una solo frase:
Cecità è un capolavoro.
Avevo già letto questo libro una decina di anni fa.
Una decina di anni fa avevo tra i 16 e i 18 anni.
L'avevo apprezzato, ma l'avevo anche restituito alla bibliotecaria della scuola con la consapevolezza che non l'avevo capito del tutto. Mi ero ripromessa che un giorno l'avrei riletto.
L'occasione è giunta a metà luglio, quando il titolo è spuntato nei dialoghi intercorsi tra Gl D'Andrea e Kai Zen J durante un incontro con i lettori.
Fu Gl, se non sbaglio, a chiedere chi tra il pubblico avesse letto Cecità.
Ricordo che fui tentata di stagliare il braccio verso l'alto per segnalare che "ehi, io l'ho letto! E' una figata di romanzo!", ma non appena l'autore aggiunse, ironicamente, che poi così "vi interrogo sul contenuto", non mossi un muscolo.
Perchè tornò quella stessa sensazione che provai una decina d'anni fa, quando lessi l'ultima riga del romanzo (ricordo l'ultima frase del romanzo da quel giorno) e capii che non avevo colto abbastanza. Ecco, non so se il destino ci abbia messo lo zampino, ma ho trovato quasi d'obbligo mantenere la promessa che mi ero fatta quel giorno lontano quando restituii il volume alla bibliotecaria, e sono tornata a prenderlo (ovviamente, data la ormai quasi veneranda età, non alla biblioteca della scuola ma in quella comunale).
Adesso sono cresciuta, non so se posso definirmi adulta (e non parlo di età anagrafica), ma di certo sono cambiata in questi anni.
Ho perso tanta della fiducia che riponevo nell'essere umano a quel tempo, buona parte delle mie illusioni si è sgretolata, e ho scoperto che il mio Scopo si chiama Animalismo.
Tutto questo ha concorso a considerare quanto scritto in Cecità in maniera davvero molto diversa rispetto alla prima volta.
Poche righe sulla trama:
In un giorno qualunque, un uomo qualunque diventa cieco. La sua cecità non è nera, come quella che tutti noi ci immaginiamo, bensì bianca. "Come immerso ad occhi aperti in un mare di latte", ci svela il personaggio. Dopo di lui verranno contagiati dallo stesso male tutte le persone con cui è stato in contatto, e a seguire, come in un grottesco domino dell'orrore, tutte le altre persone che hanno orbitato anche indirettamente con i primi contagiati. Costoro vengono reclusi in un manicomio, dove affronteranno una "quarantena" senza scadenza, nella speranza di arginare il contagio. Qui poi verranno condotti man mano tutti i ciechi dei giorni successivi, fino al riempimento della struttura. Nel giro di poche settimane tutta l'umanità diventa cieca e la quarantena inutile. La detenzione nel manicomio era stata terribile per i personaggi, ma la vita da ciechi in una città piombata nel caos non sarà meno drammatica.
Già di per sé l'idea è geniale, sebbene non del tutto inesplorata (pensiamo ad esempio a "la peste" di Camus), ma a fare di questo libro un vero e proprio capolavoro è la capacità di Saramgo di guidarci non tanto lungo le vicissitudini dei ciechi, quanto lungo i loro travagli emotivi in quanto individui singoli e in quanto parte di una comunità.
I ciechi, quindi.
Ma anche persone singole.
La reazione dell'individuo alla cecità e a ciò che ne consegue è una cosa, la reazione dell'individuo facente parte di una collettività è un'altra.
I meccanismi di causa-effetto e di azione-reazione sono molteplici, per non dire esponenziali. Le ipotesi che si possono prendere in esame sono infinite in ambito economico e politico, e altrettante in ambito sociale e privato.
Saramago si concentra soprattutto sulle seconde.
E ci fa un quadro crudelmente realistico di quello che siamo.
Siamo creature ancora soggette all'istinto naturale di sopravvivenza e sopraffazione, il fatto di nascondere questa realtà dietro regole più o meno civili non fa di noi niente di diverso da quello che saremo sempre: animali.
Animali senz'altro dotati di un intelletto di gran lunga superiore a quello di qualunque altra creatura. Ma nel momento in cui ci viene a mancare la possibilità di utilizzare tutto ciò che ci siamo creati con questo intelletto, ecco che la nostra volontà non è più poi così divergente da quella di qualunque altro animale al mondo: sopravvivere.
Sopravvivere.
A qualunque costo?
Anche, ma è qui che si crea il distacco tra il singolo individuo e la l'individuo in quanto parte di una società. Si creano gruppi, più o meno grandi, accomunati da un certo tipo di condotta. Branchi.
Qualcuno non dà un prezzo alla propria sopravvivenza, altri si pongono dei limiti. Il giusto e lo sbagliato assumono sfumature diverse in ogni branco.
In una società riportata all'anno 0, non è consentito a nessuno di pulirsi la coscienza con un'offerta di 10 euro all'Unicef: in una società del genere le conseguenze di ogni azione sono immediate. Non ci sono intermediari, non ci sono distanze, non si sono filtri mediatici né organi di informazione tra quello che fai e quello che ne consegue. Tutto e subito, o quasi.
La coscienza, in una realtà del genere, è esposta quasi quanto la pelle: se sbagli, la ferisci. Se non la curi, si infetta. Se si infetta, va in cancrena. Se va in cancrena, è da amputare. Se non procedi con l'amputazione, muori.
Questo romanzo potrebbe cambiare il mondo. Questo romanzo potrebbe metterci davanti a quello che siamo, spogliarci delle nostre false convinzioni e convenzioni. Potrebbe portare la coscienza allo stesso livello della pelle.
Potrebbe.
Ma può davvero?
Se anche lo facessimo leggere ad ogni essere umano non analfabeta, otterremmo davvero quello che potenzialmente io sono convinta che si potrebbe ottenere?
Concludo con una frase sconclusionata (che stupido gioco di parole, vero?): questo libro potrebbe cambiare il mondo, se il mondo potesse cambiare.

Cultura

Commenti