Il mio nome era Dora Suarez - Derek Raymond
Recensioni
“Penso che chi vuole essere giusto prima di tutto debba rispettare il proprio codice personale, poiché alla fine non c’è più distinzione tra personale e universale; certo, bisogna essere nel giusto.
A mio modo di vedere, è impossibile che un uomo giusto sia indifferente alla sorte di persone come la Cartairs e la Suarez, così come è impossibile essere indifferenti alla propria.”
Per quanto mi riguarda non ci sarebbe altro da aggiungere alle parole del sergente senza nome (Val…non si sa il nome vero? Io non l’ho trovato!) e figlio letterario di Derek Raymond.
Il romanzo è piuttosto datato, direi fine anni ottanta considerando che l’autore è deceduto nel ’94.
Forse grazie agli “avvertimenti” di Val che mi avevano preparata al peggio, ho potuto apprezzare il romanzo senza rimanerne troppo scossa. Ovvio che, per quanto ci si sia vaccinati al male, quando lo leggi, lo vedi o lo vivi non puoi nemmeno restarne indifferente, e su questo il personaggio di Raymond ha ragione.
“Il mio nome era Dora Suarez” può essere considerato un romanzo autoconclusivo sebbene faccia parte della serie “Factory”, cosa che io ho apprezzato parecchio.
Partirei dal titolo, che è quasi un incipit. Dora non ha modo di pronunciare nemmeno una parola nel corso del romanzo: la conosciamo quando l’assassino l’ha già massacrata, dilaniandone il corpo e facendone scempio. A parlare per lei è il suo diario, che prende quasi vita nella mente del sergente che ne segue le indagini. Di Dora e dell’anziana Betty, le due vittime che danno inizio al romanzo, non sappiamo molto a parte quanto scritto su quelle pagine il cui protagonista assoluto è il dolore fisico e psicologico. L’unica cosa certa della giovane vittima è il nome, che anche l’unica cosa cui lei stessa si aggrappa per identificarsi dato che scrive: ”non ho mai saputo chi sono. Forse è per questo che cammino a testa china?”. Nel corso delle indagini del sergente e del suo collega Stevenson i particolari orribili della vita della ragazza verranno alla luce, lasciando al lettore tutta l’amarezza di una giovinezza strumentalizzata e violentata, conclusasi con una morte che Dora cercava disperatamente. Ma nemmeno la morte che aveva desiderato le viene concessa, e l’assassino trasforma in qualcosa di orribile anche l’ultimo istante di vita di Dora, trascinando nell’oblio anche Betty. E proprio Betty, anziana e sola, è l’unico raggio di luce per Dora. Personalmente ho provato subito una grande empatia per Betty, di cui si parla davvero poco. Lo stesso sergente prende a cuore la vicenda soprattutto per Dora, quasi dimenticandosi dell’anziana compagna di vita e di morte della ragazza. Forse perché Betty ha quasi 90 anni mentre Dora non supera i 30, si tende a trovare più ingiusta la sventura della giovane. Eppure la mia infinita pena è soprattutto per la vecchina, e non so spiegarmi il perché. Forse da Dora, giovane e fresca, mi potevo aspettare una reazione più cattiva ancora della cattiveria che la vita le ha riservato. Ho visto in Dora invece un fiore delicato in mezzo a un mare di cemento. Leggevo il suo diario attraverso gli occhi del sergente e mi dicevo “cazzo dai, questa qui non ce la può fare, non può proprio!”, e avrei voluto prenderla per le spalle per smuoverla un po’. Mi ha trasmesso quel senso di arrendevolezza che non so condividere nonostante il corpo di Dora fosse devastato dalla malattia. In un certo senso io non avrei potuto perdonare Dora per la sua innocenza e docilità. Una persona buona come lei non si deve arrendere, e una volta trovata una come Betty deve anche trovare la forza di andare avanti, per Betty se non per sé stessa. Mentre il sergente si è innamorato di Dora senza nemmeno averla conosciuta, io mi sono immensamente affezionata a Betty, di cui nessuno si cura più di tanto.
Poche parole invece posso spendere per il sergente: un uomo che sopravvive a una tragedia famigliare mordendo le strade in cerca di giustizia per qualunque vittima innocente. Più si avvicina la fine e più si rende conto che l’unica giustizia possibile per lui è la vendetta, e quando anche l’assapora, sono le lacrime il suo unico e vero sfogo. Le lacrime delle vittime.
Un bel romanzo, sorprendentemente scorrevole, forse un po’ legnoso all’inizio quando vediamo le vicende attraverso l’assassino, un uomo totalmente privo di umanità, affetto da gravi turbe e ritardo mentale, ma che poi spicca il volo quando a prendere le redini della narrazione è il sergente.

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