La (mia) Casa del tempo sospeso
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Questa non è una recensione, non ho ancora temrinato la lettura.
Era un po’ che non mi capitava di trovare una vera compagnia in un libro.
Ed era un po’ che non mi capitava di voler stare con i personaggi anziché di essere uno dei personaggi.
Perché sono stata come loro, sono stata un po’ Log, un po’ Ratto, un po’ Uccello e, inutile negarlo, anche un po’ Fagiano.
Quindi stare con loro è un po’ come stare con me stessa, quando non avevo ancora compiuto i famigerati (per me) 15 anni e il mondo senza sogni (l’Esteriorità) era chiuso fuori dalla mia stanza e non poteva entrarvi.
Non sono mai stata un capobranco, sono stata spesso una novellina, ma qualche volta sono stata un Tabaqui.
Mai stata un Lord, né un Cieco né uno Sfinge.
Un Fumatore sì, quando i 15 anni erano ormai prossimi, ma anche un Puzzola.
Al contrario di molti di loro non ero terrorizzata dall’ultimo anno (che per me sarebbero poi stati i 15 e non i 18 anni). Al contrario di tutti loro, pur lasciando fuori dalla mia stanza il mondo senza sogni, vi interagivo spesso.
Al contrario di tutti loro sapevo che avrei potuto affrontare il dopo.
Eppure so cosa vuol dire voler sospendere il tempo, far sì che quel giorno non arrivi mai, far di tutto affinchè la scadenza venga rimandata. Vivere gli ultimi giorni con crescente angoscia sapendo che non si può trascorrere tutta la vita nella Casa. Al massimo puoi morirci dentro, ma molto prima della vecchiaia.
Nella mia Casa eravamo solo in due, io e mia cugina, ma abbiamo ricoperto tanti ruoli da sembrare un esercito.
A noi piaceva il buio, e quando giocavamo spegnevamo le luci, chiudevamo gli scuri, serravamo la porta. Giocavamo alla luce del lampione della casa di Barbie. La casa di Barbie l’abbiamo usata pochissimo, ma il suo lampione faceva parte della Casa.
Nella Casa, al buio, venivano a trovarci un sacco di amici. Il cane che volava con le orecchie veniva sempre. Il nostro migliore amico.
Ora riposa in cantina. Da 12 anni.
Era un mondo buio e tetro, pieno di polvere e cose cattive. A noi piaceva. A volte ci tiravamo i capelli fino alle lacrime, ma per me era più facile perché mia cugina aveva un criniera riccioluta nella quale mi si impigliavano le dita. A noi non piaceva mangiare l’intonaco, però i palloncini di gomma sì. Scoppiavano sempre troppo presto.
Il buio iniziò a diradarsi quando cadde la pianta.
Era una Dalia gialla, piccola, che per me era stupenda. Quando mia mamma mi disse che era un crisantemo e che i crisantemi sono i fiori dei morti pensai che era giusto: a noi piacevano le cose vive che avevano a che fare con i fantasmi e gli spiriti. Perché per noi i morti facevano i dispetti notturni, infestavamo i castelli e cantavano cori onirici negli scantinati. I morti quindi erano solo creaturine dispettose e inquietanti, tipo le fate. Solo che le fate non sono inquietanti. Ma dispettose sì.
Insomma fatto sta che un giorno, riaprendo gli scuri dopo aver giocato alla luce del lampione di Barbie, la Dalia cadde giù, nel cortile interno.
Andai giù con mia cugina per riprenderla, ma non fu più la stessa cosa. Forse contaminata dal mondo senza sogni, la Dalia morì lentamente. Un’agonia di diversi giorni, alla quale neppure il cane che volava con le orecchie seppe porre rimedio.
In preda a quella che era una vera e propria crisi depressiva, ne cercammo un’altra. Ma non era stagione. Nessuno aveva le Dalie. Quelle che c’erano erano diverse, brutte.
La Dalia non fu sostituita perché nessun altro fiore era degno di prendere il suo posto.
Non fu più buio come prima dentro la nostra Casa. La luce del lampione di Barbie era troppo bianca e troppo poco gialla. Il cane che volava con le orecchie non era più così simpatico.
La Casa ci accoglieva sempre meno volentieri.
Sapevamo che stava arrivando il congedo. Eravamo pronte, sarebbe iniziata la grande avventura, quella che puoi affrontare solo se hai almeno 15 anni perché probabilmente dovrai andare in stazione e comprare un biglietto.
Arrivarono presto i 15 anni. Fummo congedate.
La stazione non ci piacque.
La nostra avventura dei 15 anni non ebbe mai inizio. L’unica, vera, grande avventura era appena terminata.
E’ bello, adesso, trascorrere il mio tempo con Tabaqui, Sfinge, la banda dei Pestiferi e il loro omicidi. Peccato che anche questa avventura debba finire. Però, orsù, si deve essere ottimisti. Ho ancora 400 pagine di avventura da affrontare. Inutile allarmarsi adesso.
Il romanzo di Jessica
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