La solitudine dei figli unici
Blog
Un anno fa...
Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita realmente sola, e ne ho sofferto incredibilmente. Già in altre occasioni mi sono trovata ad affrontare delle difficoltà ricoprendo l’unico ruolo chiave per sbrogliarle, ma mai ho sofferto come in questa occasione.
Per quanto il mio fidanzato mi sia stato accanto, per quanto i miei suoceri mi abbiano sostenuta e ospitata, per quanto gli amici mi abbiano accompagnata nel dolore, ero io e solo io a poter affrontare il ricovero, l’intervento e la degenza di mia mamma.
Niente fratelli, niente nonni, né un compagno di vita di mia mamma. Io e lei. Punto.
Immagino sia una cosa orribile da dire, ma la verità è che in molte occasioni avrei preferito darmi una coltellata piuttosto che recarmi all’ospedale. Non erano semplici visite, le mie. Mi sono fatta fino a dieci ore là, accanto a quel letto. Non stavo a guardare. Ho imparato ad assistere una persona immobilizzata a letto. La fatica non era certo fisica, sebbene la giovane età mi abbia aiutata a sopportare i viaggi e le temperature. La difficoltà era ed è ancora emotiva.
C’è chi affronta un ricovero con rassegnazione, chi con forza, chi con paura. Mia mamma non lo affronta proprio il ricovero: lei si abbandona quasi completamente al panico, alla depressione e all’ansia. Tutte cose che tirano fuori il peggio dalle persone, e infatti per parecchio tempo non era certo la mia vera mamma quella che se ne stava in quel letto.
C’erano momenti in cui sarei solo voluta scappare via, incapace di sostenere il suo stato d’animo. Invece stavo lì, spesso oltre l’orario previsto.
Avrei voluto qualcuno con cui sfogarmi, ma che fosse un qualcuno in grado di condividere il peso emotivo e la responsabilità di tutto quello che è accaduto. Invece non c’era nessuno, nessuno davvero che potesse alleggerirmi lo zaino.
Essere figli unici di un genitore single significa essere soli, in queste occasioni. In balia degli eventi, completamente sopraffatti dall’emotività di un genitore che non è lucido e che fisicamente sta male.
E così ti annienti, smetti di esistere in funzione di te stessa e vivi in funzione della sua guarigione (sia fisica che emotiva). Quelli che ti stanno intorno possono cercare di capire, ma non ci riusciranno (purchè non ci siano passati prima di te), possono aiutarti, ma ce la faranno entro certi limiti.
E se gli altri non capiscono te, tu non capisci lei. Non concepisci quelle crisi, quell’arrendevolezza. E così è sola anche lei.
Nella solitudine, ci facciamo compagnia.
Sono parole, quelle sopra, che ho scritto esattamente un anno fa e che non ho mai pubblicato sul blog. Sono parole che ancora capisco, ma che per fortuna mi danno la stessa sensazione di una foto ingiallita dal tempo: tutto passato, tutto diverso.
Mamma sta bene, mamma lavora, mamma ha reagito ed è cambiata. Io sto meglio, lavoro, curo la mia persona e mi sto per sposare.
Mi sento bene, anche con il mio corpo.
La solitudine dei figli unici è latente, per ora. Va bene così, c’è sempre tempo per riscoprirsi soli.
Il romanzo di Jessica
Ultimi commenti
cheap viagra online: suotse [url=http://rxviagraforsale.net/]cheap viag...
online cialis: redzle [url=http://cialispillsforsale.com/]online ...
generic cialis: nivqkv [url=http://cialispillsforsale.com/]generic...
cheap viagra online: hfhjzhem [url=http://rxviagraforsale.net/]cheap vi...

Cultura

Commenti
ma ora tutto si è sistemato, tu e tua mamma avete ricominciato a vivere e quel brutto periodo è solo un ricordo lontano.
La vera vicinanza comunque si vede nella lunga distanza, tutti, o quasi, capaci quando si tratta di un paio di mesi di solidarietà. ;)
E se questo è duro, lo è anche vivere e assistere quello che ha detto Val: ci si accorge di quanto può cadere in basso l'essere umano, quanto è egoista. In questa casi cala la maschera e lì si vede chi c'è veramente sotto. E alle volte è davvero uno schifo.
Val: magari fossero due mesi. Quando va tutto bene, solidarietà a fiumi, ma alla prova dei fatti la gente si fa di fumo.