Il rigore e l'affetto

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Ieri ho acceso la tv e mi sono soffermata su una trasmissione di cui avevo sentito parlare ma che non avevo mai potuto seguire (era trasmessa solo su SKY, ora passa sul digitale). In sostanza famiglie in grave difficoltà con i propri cani (aggressivi, stressati, depressi, pericolosi ecc…) si rivolgono al comportamentalista della trasmissione che si reca a casa per studiare la situazione. Questo ragazzo è sicuramente esperto ma io credo abbia anche un dono particolare, perché anche i cani più aggressivi (uno era destinato all’abbattimento) con lui si trasformano completamente. Il difficile spesso sta nell’insegnare le giuste tecniche ai padroni che poi devono mantenere i corretti comportamenti per non vanificare tutto.

Una frase pronunciata da questo comportamentalista mi è rimasta impressa: “l’affetto è giusto, ma il rigore è fondamentale”. Sul momento ho pensato che io non ce la posso fare, dato che i cani mi vogliono bene e mi obbediscono non perché vedono in me il capobranco ma perché vedono in me una di loro che però ha la pappa.

Poi, la sera, al TG hanno passato la notizia dei 4 ragazzi che hanno quasi ucciso due carabinieri dopo un rave party.

Prima che qualche genitore punti il dito sconvolto, vorrei precisare che non si può certo accostare l’educazione che va data a un cane con quella che va data a un ragazzo, ma di certo ci sono dei punti in comune.

L’affetto sicuramente: se si mette al mondo un figlio lo si fa per amore, così come se si adotta un animale lo si fa per dargli affetto.

Ma anche il rigore è importante in entrambi i casi. Un cane aggressivo lo si può abbandonare o abbattere (con “si può” intendo dire che qualcuno lo fa e non che è giusto farlo…sapete bene come la penso!), ma un ragazzo violento, fuori di sé, incapace di controllare i propri istinti e quindi pericoloso per la società non può essere lasciato al canile né in autostrada né tantomeno può essere abbattuto.

Ci sono senza dubbio, sia tra i bambini che tra gli animali, soggetti che nascono con una componente violenta o indisciplinata, e quindi indiscutibilmente più difficili da recuperare, ma tanti altri diventano quello che non sono perché non conoscono regole o scoprono che ce ne sono solo dopo aver appreso che si possono anche infrangere.

Forse si è abbandonato il rigore nell’educazione dei figli per timore che in questo atteggiamento fosse implicito un minore affetto. Credo che trovare la giusta combinazione dell’uno e dell’altro sia davvero molto difficile, ma di certo non c’è errore più grande che rinunciare completamente ad uno dei due: entrambi sono indispensabili nell’educazione dei ragazzi. Ora però mi chiedo: questo calo del rigore nell’educazione dei figli ha davvero ceduto il passo a un maggior affetto? Oppure, molto semplicemente, si è voluto credere che il vuoto dell’uno fosse colmato dall’altro quando in realtà è stata la pigrizia dei genitori a riempire il vuoto? L’ipotesi ancor più nefasta è che un minor rigore comporti addirittura un finto affetto, e che quindi i ragazzi siano in realtà privati di una parte sostanziale di entrambe le cose.

I risultati, ad ogni modo, parlano da soli.

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